Pesaro, 10 giugno 2025
Ci sono spettacoli che si fanno per “fare scena”, e ci sono spettacoli che ti cambiano. Il musical che abbiamo messo in scena quest’anno con il progetto EDUC-ART è stato questo: un viaggio che ci ha trasformati, dentro e fuori dal palco. All’inizio eravamo in tanti e molto diversi: chi cantava, chi ballava, chi recitava, chi costruiva scenografie, chi stava in regia o dietro le luci (come me). Ma la cosa più forte è stata vedere che nel gruppo c’erano anche ragazzi della comunità CEIS, con fragilità psichiche. All’inizio, lo ammetto, avevo mille dubbi. Non sapevo come avremmo lavorato insieme, se ce l’avremmo fatta. Poi abbiamo iniziato. Prove, incontri, laboratori, momenti in cui ci si ascoltava davvero. E piano piano i ruoli hanno perso importanza, le differenze pure. Abbiamo cominciato a diventare un gruppo. Uno vero. Una ragazza che non parlava quasi mai ha cominciato a ballare con noi. Un altro ragazzo che sembrava sempre agitato ha trovato calma su un palco. Io, che di solito sono sempre in fondo, con le cuffie e i cavi in mano, mi sono ritrovato a parlare con loro, a ridere, a sentirmi parte di qualcosa di grande. Le nostre storie si sono intrecciate. Non c’era più “chi ha problemi” e “chi no”. C’eravamo noi. Punto. Il giorno dello spettacolo finale, quando le luci si sono accese e abbiamo visto il pubblico in piedi ad applaudirci, non ho pensato alla fatica. Ho pensato: “Questa è la scuola che vorrei sempre.” Una scuola che ti lascia spazio, che ti ascolta, che ti fa provare. Dove non conta solo quanto sei bravo, ma quanto sei vero. Dove l’arte non è un premio per pochi, ma un linguaggio per tutti. A distanza di settimane, se penso a quel musical, non ricordo solo le canzoni o le battute. Ricordo gli sguardi. Le risate dietro le quinte. La mano di un compagno sulle spalle, quando sei in crisi. Il coraggio di provarci, anche se tremi. Ecco, se potessi dire una cosa a chi legge: non sottovalutate mai cosa può fare un laboratorio come questo. Non è solo “recitare”: è crescere insieme. È diventare più umani.
Pietro, studente di Pesaro


